LA CHIESA DEGLI SPECCHI
Quante se ne sono dette su questa caratteristica, certamente unica in Friuli, della chiesa di san Martino a Passons, a causa degli specchi!
Da quelle banali, terra terra, a quelle più elaborate e sofisticate.
Si sa, spesso i giudizi, sono frutto di sensazioni, preconcetti, impressioni a prima vista, tradizioni sedimentate e non conclusioni di un ragionamento approfondito, meditato, verificato, compreso.
Mi sembra opportuno, a bocce ferme, dopo tanti anni, fare una riflessione più elaborata per permettere un giudizio sereno, discusso, spassionato.
A cosa servono gli specchi, in generale?
Per vedere o vedersi o riflettere immagini. Questi sono gli usi più comuni e specifici.
I verbi che troneggiano sono:
VEDERE – OSSERVARE – GUARDARE
Sono i verbi più appropriati, che meglio spiegano le finalità di uno specchio.
Infatti, li troviamo ai crocicchi delle strade più impegnative, ai passi carrai di difficile accesso, nelle strettoie, nei supermercati per controllare la situazione, nelle palestre, nelle sale di danza per studiare i movimenti, nei bagni per acconciarsi o verificare il proprio aspetto…
Sempre comunque, per “vedere”- “osservare” - “guardare”.
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Nella chiesa, sono stati collocati con le medesime finalità:
vedere, osservare, guardare i fratelli.
Ma ahimè, le cose non sono così semplici, di facile intuito o di ammirazione per una felice idea, al contrario, si complicano proprio perché ci riferiamo ad una chiesa.
Alle spalle ci sono anni ed anni di formazione, di tradizioni, di insegnamenti sul come comportarsi, muoversi, vestirsi, esserci per meglio concepire, interpretare, vivere, realizzare le finalità di questo edificio.
Anche il cristiano più sbadato, distratto, indifferente, alla domanda “A che serve la chiesa?” Risponde: “Per andare a pregare…” Ed in questa risposta è implicito il riferimento ad un rapporto personale con Dio, dove gli altri, se presenti, sono un di più, un corollario, un piacevole o scocciante contorno, non certo una parte fondamentale dell’essere a pregare.
La chiesa, come luogo della presenza particolare, specifica di Dio, del Trascendente, soprattutto se c’è il tabernacolo con il pane consacrato, è un’acquisizione pacifica, riconosciuta e professata da ogni cristiano. Questo ruolo, l’edificio lo evidenzia in modo particolare quando c’è la visita personale, individuale del credente che sosta in preghiera, in adorazione, in meditazione, che “sta e tiene compagnia al Signore”, che contempla le opere d’arte, le pitture, le sculture, le vetrate e tutto quanto è stato inventato dall’uomo per favorire la preghiera, l’elevazione dello spirito.

Dobbiamo riconoscere però, - con disappunto - che questo modo di “usare” la chiesa è saltuario, di pochi o di momenti particolari della vita. Quanti di noi lasciano la casa, di tanto in tanto, per andare a sostare un po’ in chiesa, da soli a tu per tu con il Signore?
L’uso massiccio, generalizzato di frequentare la chiesa è quando, al suono della campana, la comunità è invitata a raccogliersi.
Anche su questa usanza una riflessione andrebbe fatta con pacatezza. Infatti, il moltiplicarsi dell’invito a radunarsi ha ingenerato nel fedele la convinzione che non sempre è necessario interrompere personalmente le proprie attività per accorrere al suono della stessa, poiché nella maggioranza dei casi, il richiamo, pur essendo rivolto a tutti, non intende convocare l’assemblea, ma coloro che hanno il tempo o la voglia di riunirsi, di partecipare e, nel migliore dei casi, per chi ha sensibilità particolari od avvenimenti personali da celebrare.
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Succede come in una grande città, dove il sibilo delle sirene dell’autoambulanza o dei vigili del fuoco o delle forze dell’ordine, essendo quasi continuo, non impressiona più alcuno anzi, alle volte neppure viene facilitato il passaggio di questi mezzi. In un piccolo paese, al contrario – essendo tale suono occasionale ed eccezionale – richiama tutti alle finestre, ad uscire in strada per curiosare, interrogarsi, domandare e gli automobilisti, memori delle regole imparate a scuola, a scansarsi, rasentando il fossato col pericolo di rimanerci incastrati.
Chissà se nel 3014,
per convinzione o per mancanza di preti o per l’esiguo numero dei fedeli,
la raccolta alla preghiera, alla celebrazione sarà unica, preziosa, sentita da tutti, attesa, preparata, partecipata?
Il fatto che oggi nelle nostre famiglie ci sia quasi l’impossibilità a consumare il pasto in comune non può essere ritenuto una conquista della civiltà, un passo in avanti del progresso, ma - anche se dobbiamo e sappiamo adeguarci alle nuove esigenze - un pesante tributo da pagare alla modernità che ci ha sottratto un valore fondamentale, una occasione strategica, un momento di intimità familiare.
Un’obiezione semplice, ma ripetuta da molti quasi fosse un ritornello, è che i tempi sono cambiati, gli impegni si sono moltiplicati, le esigenze divenute impellenti, gli adempimenti accavallati, le distanze triplicate e, non riuscendo a far tutto o con la debita calma, lo stress, il nervosismo, la stanchezza hanno preso il sopravvento. S’affaccia allora la fatidica frase:
“Non c’è tempo!”
A nostra memoria, la giornata è suddivisa in 24 ore ed ogni ora, a sua volta, in 60 minuti e ogni minuto in 60 secondi. Mai s’è accorciato o allungato alcunché! Anzi il tempo è sempre rimasto invariato, tranquillo e metodico: tic tac, tic tac, tic tac…
Siamo noi che nelle 24 ore continuiamo ad introdurre cose da fare. E’ naturale, istintivo che in una situazione del genere, si operi una gerarchia nelle cose da compiere, negli impegni da prendere. Essa rivela così, le priorità, i valori acquisiti da ogni singola persona. Infatti, verranno messe al primo posto le cose ritenute necessarie, utili e si scarteranno o si rimanderanno a tempi migliori, quelle che si giudica, possano aspettare. Purtroppo queste ultime sono spesso quelle spirituali, trascendenti, che riguardano il profondo della persona, in una parola, le più importanti, ma ahimè, non considerate tali!
Questa dissertazione non è per far perdere il filo del discorso, ma per aiutarci a capire come questo stile di vita abbia contaminato anche i nostri rapporti con la comunità e quindi con Dio.
S’è perso il gusto, - o era debole o non c’è mai stato – del ritrovarsi insieme. La Chiesa stessa è stata complice in questo, moltiplicando le celebrazioni, favorendo la comodità degli orari in base alle esigenze di ciascuno, in questo modo spezzettando la comunità ed esaltando l’aspetto personale con Dio: “Non importa dove si va a messa, purché si vada!” Affermazione non sbagliata se occasionale, ma che pone seri problemi se abitudinaria.
Un triste esempio che addolora e che rivela la verità di questo individualismo è dato, per esempio, dal fatto che, quando nei mesi estivi, di due celebrazioni domenicali, una viene soppressa, i “frequentatori” di quest’ultima spariscono, se ne vanno altrove o non vanno da alcuna parte, salvo poi ricomparire quando la celebrazione viene ripristinata.
Ma, non dimentichiamo che il nostro argomentare sono gli specchi. Riprendiamo quindi.
Se il richiamo della campana è per tutti, ed i fedeli s’avviano verso la chiesa alla stessa ora, ne consegue che quando sono all’interno, non sono più singoli ammassati che si trovano li per caso, per una convenienza organizzativa od economica, ma persone radunate dallo stesso ideale, dalla stessa finalità, dallo stesso Dio, Padre che li convoca.
Dio stesso, per primo, gode nel guardare i suoi figli riuniti, contenti di essere insieme che quasi fanno a gara per raccontarsi con gioia i successi o con tristezza le sconfitte, le delusioni della settimana, che pendono dalla sua bocca, desiderosi di ascoltare le sue parole, che progettano insieme con Lui quello che si può fare, inventare per incarnare meglio il vangelo nella famiglia, nel paese, nel territorio o come riuscire a portare all’incontro anche il “figliol prodigo”, l’amico, il familiare… ed infine per rinsaldare, rafforzare, rinnovare l’unione con Lui e tra i presenti, mangiando quell’unico Pane che il Padre ha preparato per tutti i convenuti, indistintamente.
In questo clima particolare, la benedizione ed il congedo non saranno seguiti da un fuggi, fuggi generale, quasi una liberazione, ma lo scambio spirituale operato all’interno della chiesa si prolungherà, trasformandosi in conversazioni sociali, amicali sul sagrato della stessa.
Tanto più questo sarà vero, sentito e creduto sinceramente dall’assemblea e non soltanto affermato teoricamente, nella fantasia, in un credo evanescente, tanto più - incontro dopo incontro - si noterà il ridursi fino quasi a scomparire, dell’individualismo che si evidenzia nel mutismo, nella distrazione, nella sopportazione, nel controllo del tempo, dell'orologio o nell’impressione che, guardando il volto dell’altro, si è distolti dalla propria intimità e concentgrazione.
Se questo non avviene, o neppure è percepito come un problema, allora il male è più grave di quanto possa sembrare e la forza d’attrazione, verso chi non c’è ancora nella chiesa, sarà ben al di la da venire.
Questo modo di vivere l’assemblea, a livello pratico, operativo non è previsto né risulta di facile applicazione con la struttura architettonica delle nostre chiese.
Esse sono state costruite nei secoli, con stili e forme diverse, a seconda del prevalere del pensiero teologico che poneva l’accento ora su un aspetto ora su un altro.
Le attuali, simili alla disposizione delle sale teatrali, evidenziano la platea dove stanno gli uditori (i fedeli) ed il palcoscenico, (il presbiterio) riservato ai sacerdoti ed ai ministranti.

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Il dialogo, generalmente nel canto, era riservato, (e in molti casi lo è ancora), tra i due poli estremi della chiesa, il presbiterio e l’orchestra, tra i ministri ed al coro, i fedeli erano semplici spettatori, partecipi a realtà che altri interpretavano e gestivano per loro, complice pure la lingua sconosciuta, il latino.
Dopo secoli di si fatta struttura ed impostazione della liturgia, si comprende la difficoltà, alle volte, diciamolo pure, alimentata anche dalla comodità – “lasciatemi in pace, questo è sempre stato il mio posto, a me piace ascoltare!” – e la ritrosia a lasciarsi coinvolgere, ad immergersi nell’assemblea sia nel canto sia nella preghiera sia nel servizio sia nella partecipazione attiva, coinvolgente.
Il concetto del rapporto esclusivo, personale con Dio s’è talmente sedimentato da impedire qualsiasi dubbio di incongruenza, contraddizione con una visione assembleare, dell’essere insieme con Dio e con gli altri. Alcuni infatti, infastiditi da questo continuo richiamo agli altri, preferiscono andarsene altrove, dove veramente l’assemblea è un insieme di persone sconosciute, indifferenti le une alle altre!
Dobbiamo riconoscere di aver perso un’occasione propizia quando, complice il terremoto, molte chiese sono crollate. Che abbiamo fatto? Le abbiamo ricostruite, nel loro impianto generale, esattamente come prima. Le case invece, le abbiamo aggiornate, abbellite secondo il nostro gusto, dotate delle comodità più avanzate. Perché questa differenza? Per amore al passato, alla tradizione o perché non eravamo preparati ad una concezione diversa nel concepire la chiesa per una liturgia albeggiata ed auspicata dal Concilio Vaticano II, ben quindici anni prima, ma rimasta lettera morta?
Che ruolo hanno gli specchi in tutto questo argomentare? Semplicemente un pallido tentativo di attualizzare quel vederci ed immaginarci attorno al Padre e non semplicemente individui singoli di fronte a Lui.
Questo può piacere o non piacere, chi ha altre proposte si faccia avanti, ma all’evidenza ci dovremmo arrendere e non solo irrigidirci o contestare.
I nostri incontri, le nostre celebrazioni hanno aiutato o stano aiutando l’assemblea a comprendere qual è il vero senso del ritrovarsi alla domenica (unico incontro per la maggioranza dei cristiani)?
Il riaffiorare, qua e la, del latino, soprattutto nei canti, non rivela forse una nostalgia del passato?
Non potendo abbattere l’edificio, cosa che tra l’altro non avrebbe senso e sarebbe un insulto ai sacrifici di coloro che l’hanno costruito o al modo di pregare e vivere la liturgia di intere generazioni, lo specchio offre, a chi ha la fortuna di comprenderne il ruolo, la possibilità di vedere la faccia del vicino o di chi sta davanti o alle proprie spalle.
Gli attori non sono più soltanto in presbiterio, ma ognuno diviene attore. Gli spettatori sono scomparsi o, se ci sono ancora, sono fuori posto. La tavola del banchetto non sta più in alto per essere vista, ma in mezzo per esserci attorno. Nessuno è dietro un altro (anche se fisicamente può succedere), non ci sono gerarchie o privilegi (anche se ognuno svolge il suo ruolo), ma tutti con pari dignità, originata dal battesimo, senza la minima ritrosia, anzi con l’orgoglio di mostrare la propria faccia.
Il viso, la faccia sono la persona



Vuoi distruggere uno? Sfiguragli il viso! Vuoi essere anonimo? Copriti il viso! Vuoi esprimere la tua gioia, il tuo dolore? Mostrami il viso! Vuoi esternare il tuo disappunto, la tua avversione verso qualcuno? Voltagli il viso! Hai combinato qualcosa che non va? Hai tradito? Abbassa lo sguardo. Hai raggiunto una meta, hai scoperto l’amore? Il tuo viso s’illumina, i tuoi occhi s'inumidiscono brillando.
Il viso, gli occhi non sono semplicemente organi del corpo, ma rivelatori del profondo della persona, del modo di sentire, viver gli affetti, esternare il proprio animo.
“Il tuo volto, Signore, io cerco, non nascondermi il tuo volto”. Sal. 27,8-9
Il vostro volto, fratelli, io cerco, non nascondetemi il vostro volto!
Il tuo viso di fronte al mio, il tuo sguardo, la tua espressione sono da me percepiti e rimbalzati. Questa è la grande novità del vangelo: tu non sei per me uno sconosciuto, un pericolo, un ingombro, un individuo da fregare, un compagno occasionale, ma un fratello, una persona da amare, un amico nel viaggio…
E' la gioia di vederti, di sentirti accanto a me nella lode all’unico Padre, nella richiesta di perdono vicendevole, nell’essere uniti nel supplicare il perdono di Dio per sé e per gli altri, per questo mondo, per questa società, nel procedere insieme a portare i propri doni all’altare, nel vedere tanti altri formare la lunga processione d’offertorio, nell’accogliere sull’altare Cristo che si fa nutrimento…
Allora sì che sarà una festa proclamare o cantare, Padre nostro, accostarsi insieme alla comunione…
Troppi gesti, troppe parole nelle nostre celebrazioni sono evidenti contraddizioni, una messa in scena: banchi semivuoti, strette di mano stanche ed occasionali, preghiere a memoria, canti sbiascicati, immobilismo…
Perché stornare il volto? Perché aver paura d’incrociare gli occhi? C’è qualcosa da nascondere? Un “profondo” che ci mette a disagio? Forse si.
Ipotizziamo di essere sinceri, di non celarci dietro un dito: quanto appena scritto noi lo capiamo, lo conosciamo e lo approviamo, perché rispecchiano gli stessi problemi del nostro vivere quotidiano in famiglia.
Il problema grave però, è che noi riteniamo la fede - e di conseguenza la religione - tutt’altra cosa. La famiglia sì che ci interessa profondamente, la comunità può aspettare. Il concetto di sacro e tutto ciò che ad esso fa riferimento, inculcati per generazioni, sia pur con le finalità più lodevoli e sante, hanno ingenerato una scissione netta tra ciò che si fa in chiesa e quello che si svolge fuori.
La conseguenza è che, assolto il precetto, partecipato alla messa, (per alcuni ancora la terminilogia "presa" o "ascoltata"), fatta la debita riverenza a Dio ed agli altri, ci sentiamo liberi ed indipendenti per l’intera settimana. Arrivederci a domenica prossima, forse!


Ora, dallo Spirito siamo chiamati a cogliere la preziosità, l’occasione storica di questo tempo. Mentre la religione - probabile anche la fede - si stanno evaporando rapidamente, ci viene offerta un’opportunità per un risveglio, un guizzo d’orgoglio per riscoprire il Vangelo che ci tiene insieme, per rimboccarci le maniche, cercando il modo di affiatarci, sentirci uniti, orgogliosi, disponibili, misericordiosi, ma decisi.
A me la tua mano, ma anche il tuo volto!
Cristo è bendisposto, i sacramenti sono a portata di mano, i mezzi non ci mancano, noi siamo la materia prima per divenire con Lui, luce del mondo, sale della terra (Mt. 5,12-14): che aspettiamo?
Via, in marcia, tutti insieme,
per una missione tre le più belle, nobili, esaltanti.

Allora . . .
Viva gli specchi
posti lì a “ricordarci” che tutto questo è possibile
“soltanto se insieme”!
Con affetto, don Renato






