LA RICONCILIAZIONE
-CONFESSIONE-
E
LA DIREZIONE SPIRITUALE
E’ sotto gli occhi di tutti che questo sacramento è fortemente in crisi presso moltissimi fedeli. Questo comporta il quasi totale abbandono da parte degli stessi. Le motivazioni sono diverse, complesse, soggettive ed oggettive.
Non ci addentriamo nella storia e nelle trasformazioni della prassi – modi di pensare e di celebrare – di questo sacramento.
Ci appelliamo soltanto all’insistenza con cui, in questi ultimi tempi, cerchiamo di evidenziare i due aspetti diversi e complementari della fede:
IL RAPPORTO PERSONALE CON DIO
IL RAPPORTO PERSONALE
CON LA COMUNITA’
Una corretta visione di questi due aspetti ci aiuterà a comprendere, gustare e celebrare con gioia questo sacramento.
Il rapporto personale con Dio è il presupposto fondamentale della fede. Senza questa convinzione, che cioè Dio ci ama, ci parla, ci pensa, ci ascolta, ci incoraggia, ci corregge, ci indica la strada, è davanti, ci è accanto e, di pari passo, noi siamo in un rapporto confidenziale, da figli, con Lui, tutte le azioni, le attività, le relazioni, pur buone, restano soltanto soggette al vaglio e nella dimensione della realtà umana.
L’uomo ama e cerca la donna e la donna fa altrettanto nei confronti dell’uomo, ma fino quando, sia l’uomo che la donna, restano una figura ideale, un’ipotesi, un desiderio di che amore si parla?
Perché l’amore esploda in tutte le sue potenzialità e divenga una delle esperienze più belle della vita, occorre che l’uomo e la donna abbiano un volto, un nome, un corpo, un profumo…
Questo avviene, seppur in modo diverso, anche nei confronti di Dio. Se questa parola magica, pur sottraendosi al contatto dei sensi, non diviene Persona - Padre, Gesù, Spirito Santo - tutto resterà evanescente, concettuale, teorico.
Allora anche in questo caso s’affaccia la domanda: che amore è, che fede è? in chi credo?
C’è il pericolo di affermare una cosa che esiste solo nella testa, nei pensieri, nell’immaginazione, ma che non corrisponde nella realtà.
E’nel rapporto personale con Lui che l’altro diviene fratello, gli altri parte della nostra stessa famiglia e noi, non semplicemente individui isolati che pensano ed agiscono a proprio piacimento, ma persone che fanno parte integrante di una comunità, in cammino verso lo stesso Padre.
Senza questa dimensione spirituale che nasce, si sviluppa e cresce, gli altri e Dio stesso, corrono il rischio di essere semplicemente usati. Altro che amore, collaborazione! Ci piace fare così, stiamo bene insieme, abbiamo tempo a disposizione, risponde ai nostri interessi… però, appena qualcosa s’inceppa o troviamo altri interessi – addio suonatori – voltiamo le spalle e ce ne andiamo.
Quanti di coloro che si professano cristiani abbandonano le nostre comunità, se ne vanno, alle volte inspiegabilmente, altre con motivazioni più o meno plausibili?
La motivazione vera? Dio non interessa più oppure le relazioni umane cedono di fronte ad obbiettive difficoltà proprie e/o altrui. Questo evidenzia palesemente che non era Dio il punto di riferimento, il modello, l’ispiratore, l’amato. Infatti, Lui non si comporterebbe né si comporta così!
Solo Dio quindi, ci può dare il dono della costanza, del resistere nelle difficoltà, del perdonare, accettare, pazientare. Sì, solo Lui, perché Lui è il primo a farlo e ce ne dà i mezzi.
C’è una frase ricorrente che tranquillizza ed inganna nello stesso tempo, chi la pronuncia: “Tu non puoi sapere quale rapporto ho io con Dio, perciò non mi puoi giudicare né ti devi preoccupare di me!”
Se fossimo solo spirito, quest’affermazione potrebbe essere vera, ma noi siamo anche corpo ed il corpo è un ottimo rivelatore del profondo. Certo ci sono anche delle eccezioni, ma quando queste diventano troppe, il dubbio ha la sua ragion d’essere. Se uno ama si vede, se è interessato si vede, se patisce per un ideale si vede, se è appassionato si vede. La frase chiamata in causa, sin troppe volte, a chi cerca di tendere la mano per una collaborazione, un coinvolgimento sembra quindi, essere più una vittoria del maligno che una grande affermazione né di fede né di verità.
Il rapporto comunitario, che sigenera nel battesimo, cresce e si irrobustisce nella formazione personale costante, solida, impegnativa, appassionante sia nella scoperta della persona di Cristo, sia del suo messaggio evangelico sia di una significativa esperienza di Chiesa.
Molti cristiani, questa formazione, non ce l’hanno o è molto traballante o si è persa nel tempo. Troppi pensano che “ascoltare” la messa alla domenica – e non sempre – o qualche preghiera mattina e sera o una visita ad un santuario siano elementi più che sufficienti a formare cristiani che non temono di affrontare il “martirio” della testimonianza coerente, anche se derisa, rifiutata, controcorrente.
Da soli si è insignificanti, schiacciati, insieme si forma gruppo, ci si sostiene, si prende coraggio, si diventa visibili, significativi nella società distratta.
«16Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. 17Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe;
18e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. 19Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell'ora ciò che dovrete dire: 20infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.21Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. 22Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato». Mt. 10,16-22
Questo spezzone di vangelo è più che sufficiente per farci capire che da soli si va poco lontano.
Comprendendo questo, le celebrazioni e gli incontri sia di preghiera sia culturali sia conviviali assumeranno un altro significato diventeranno attesi, partecipati, gioiosi.
«Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?» Gv. 6,60
Non solo il linguaggio, ma anche il cammino, la coerenza, la realizzazione.
Ecco il vero motivo d’essere, la base, la sostanza, il dono della Riconciliazione. Sì perché noi cadiamo, ci facciamo male, ci intralciamo, remiamo controcorrente, siamo vigliacchi, non abbiamo voglia, siamo stanchi…
La riconciliazione allora viene desiderata come un bagno che pulisce, rilassa, tonifica, dà nuova energia, mette a proprio agio, fa star bene.
La Chiesa dovrebbe essere prima di tutto
dispensatrice di perdono…
Gli incontri, le celebrazioni, i momenti penitenziali dovrebbero essere i più numerosi e frequentati, indicando così la priorità di questo sacramento in un cammino spirituale che si fa sempre più irto e difficile sia per motivi personali, sia sociali sia determinati da tanti stimoli suadenti, che attraggono in altre direzioni.
Riscopriamo, partecipiamo, celebriamo
con gioia il sacramento della Riconciliazione.
Sia la confessione individuale, sia la precondizione per accedere alla comunione, hanno fatto un cattivo servizio a questo sacramento relegandolo ad un aspetto privato – basti pensare agli antichi e scomodi confessionali o ai moderni trasformati in salottini – che poi è stato abbandonato da molti al motto di: “Me la vedo io con il Signore!”
La celebrazione comunitaria – per ora non accettata dalla Chiesa come sacramento, se non c’è l’accusa individuale al sacerdote – potrebbe essere l’espressione migliore del perdono che Dio offre sia al singolo sia alla comunità. Auspichiamo che questo possa presto divenire realtà.
Nella riconciliazione comunitaria sono presenti entrambi gli aspetti: personali e comunitari. Infatti c’è tutta una preparazione della comunità, dall’ascolto della parola di Dio, alla riflessione del sacerdote, al canto penitenziale, e nello stesso tempo, con la presenza fisica del singolo, il riconoscimento individuale dei propri errori e del desiderio di essere perdonati da Dio e dagli altri. “Confesso a Dio e a voi fratelli…”
LA DIREZIONE SPIRITUALE
La direzione spirituale consiste nel rapporto personale tra la singola persona ed il sacerdote. E’ un colloquio a due, sugli aspetti intimi, personali, spirituali, di coscienza della persona.
E’ un momento bello, importante, ma difficile. Infatti, affinché la direzione spirituale sia fruttuosa è importante che la persona diventi come libro aperto davanti al sacerdote, il quale esprime la sua paternità spirituale con il consigliare, illuminare, suggerire, correggere, incoraggiare, riprendere, verificare insieme il percorso.
Nella direzione spirituale il sacerdote è tenuto al segreto su ciò che ascolta, proprio perché il cristiano, educato e abituato a deporre la paura o la vergogna, racconta le proprie sconfitte, si confida esponendo situazioni che non racconterebbe neppure agli amici più intimi, alle persone più care.
La direzione spirituale è un mezzo utile ed efficace per evitare che il singolo ripieghi su se stesso, si autoassolva o pensi di sé quello che più gli aggrada. Nel colloquio interpersonale questo non può avvenire perché c’è di mezzo il confronto, la garanzia, il giudizio di una persona che sta di fronte, che è al di fuori, che può giudicare con distacco.
Quanti di noi – e questa è la vera umiltà – avremmo bisogno del confronto, dell’ascoltare, dell’imparare, del far tesoro dell’esperienza degli altri, del riconoscere la nostra incompetenza e, perché no, la nostra ignoranza sotto diversi aspetti ed in certi settori? Invece, più ci allontaniamo da questa metodologia, da questa umiltà e più ci riteniamo “imparati” !
Conseguenze? Ognuno pensa di essere nel giusto, di aver bene interpretato il vangelo, di dare il meglio di sé, di essere impegnato a sufficienza, di essere a posto davanti a Dio ed agli altri, di…
“aver ho fatto abbastanza, ora facciano gli altri!”
Ancora una volta dobbiamo riconoscere che – per colpa di chi? – questo servizio nella comunità è pressoché inesistente. Il sacerdote diviene, in questo modo, il funzionario che deve interessarsi di tutto, fuorché del suo specifico. Pastore e pecore, a livello umano, possono pure creare un rapporto bello, vero, di collaborazione, di amicizia, di fraternità, ma a livello spirituale restano – salvi alcuni casi - degli estranei, degli sconosciuti.
Il sacerdote non può intervenire negli aspetti interiori, personali – e quante cose ci sarebbero da dire, da verificare insieme – se la persona non è lei stessa ad aprirsi, a permettere di entrare nel profondo per formulare un giudizio, un suggerimento che potrebbero rivelarsi preziosi.
Questa è la vera differenza tra il sacerdote ed il laico nella comunità. Non il potere, il prestigio, il ruolo che, quasi sempre, invece, sono considerati determinanti. In questo modo sia il sacerdote sia i laici sono giudicati soffermandosi prevalentemente, sugli aspetti umani, esteriori, comportamentali.
A questo punto - spazio a chi ha la vista più acuta - per trovare ed evidenziare difetti, incongruenze, contraddizioni da entrambe le parti!
La direzione spirituale
dovrebbe sostituire la Confessione individuale.
Poiché è tolto l’alibi, a chi è contrario. Infatti, l’obiezione giusta e consistente sta nel fatto che se si introduce la Riconciliazione comunitaria con l’assoluzione generale – cosa però già permessa in situazioni particolari, per esempio in una calamità – il sacerdote perde il contatto con il fedele, il quale potrebbe crescere privo di una formazione soda, in base al vangelo e alle direttive della Chiesa e andare “per la tangente” o “come la magna per la campagna”…
Questo è vero se non c’è la direzione spirituale! Inoltre non c’è paragone tra la direzione spirituale che richiede calma, tranquillità, tempo a disposizione con le fugaci esortazioni che si ricevono nella confessione individuale.
Ancora, con la Riconciliazione comunitaria, celebrata regolarmente, quanta grazia di Dio e quanto perdono verrebbero distribuiti dalla Chiesa a tanti fedeli.
Con la confessione individuale, salvate tutte le rette intenzioni, a quanti “di fatto”, è precluso il perdono?
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: per sacerdoti ed i fedeli, è più comoda e sbrigativa la confessione individuale, ma ciò che è più comodo
non sempre è più vero, giusto, efficace!
Lo Spirito ci assista, ci conduca per mano, ci faccia gustare la gioia della sua presenza.
Con affetto.
don Renato


