PIPPO e il «E DOPO?»
Pippo era un uomo benvoluto da tutti a Passons. Nato in una famiglia povera e numerosa s’era fatto strada con la sua operosità, buona volontà, costanza e determinazione, tra mille sacrifici e rinunce, ma con visibile soddisfazione per il traguardo a cui era arrivato.
All’improvviso, senza aver il tempo di riordinare le carte, dare le ultime disposizioni, salutare i familiari o gli amici, s’è trovato davanti alla porta di San Pietro.
Entrato in paradiso, l’apostolo lo introduce in un salottino, non sfarzoso ma dignitoso e lo fa accomodare su una poltrona al centro della stanza, mentre va a chiamare il Principale.
La poltrona bella, massiccia, artistica, dall’usura indicava tutti i suoi anni e le tracce delle innumerevoli persone, che prima di lui, s’erano su di essa sedute.
Arriva il Signore che, con fare bonario, gli si siede accanto nell’atto di iniziare una conversazione.
Pippo, ripresosi un po’ dalla sorpresa di trovarsi inaspettatamente in quel luogo e davanti al Signore che, per la verità, se l’era immaginato completamente diverso, s’alza rispettosamente in piedi, ma il Maestro gli fa cenno di sedersi e mettersi a suo agio.
Poi, per fugare l’imbarazzo della situazione gli chiede: “Raccontami cos’hai fatto nella vita?”
A questo punto, Pippo, rompendo ogni indugio, sentendosi a suo agio, poiché aveva tante cose da raccontare, inizia decisamente la narrazione della sua vita.
Incomincia dalle traversie della sua fanciullezza, famiglia povera, studio e lavoro, divertimento semplice, soddisfazioni fugaci. Il Signore ascoltava con attenzione e lo incalzava con: “E dopo?”
Pippo gli racconta del servizio militare, svolto un po’ ovunque in base all’idea balzana di mescolare i giovani dal nord al sud e viceversa, ciò che comportava anche 1000 Km di lontananza da casa.
Poi la ricerca di un lavoro. Un’impresa! Sudori per trovarlo, alla fine, non restò che l’emigrazione. Ancora una volta lontano da casa, dalla famiglia, dalle tradizioni. Non conoscendo la lingua si sentiva smarrito, diffidente con tutti, in alloggi di fortuna.
Ogni tanto, nella foga del raccontare, s’interrompeva per riprendere fiato. E il Signore, pronto, s’inseriva sempre con questa domanda: “E dopo?”
Finalmente è giunta la possibilità di formare una propria famiglia, coll’affacciarsi però di altri sacrifici. C’era il bisogno della casa, di una vita decorosa, mentre i figli crescevano e con essi le loro esigenze che diventavano di giorno in giorno più pressanti.
Il Signore annuiva e ripeteva sempre lo stesso ritornello. “Bravo, e dopo?”
Pippo racconta che nonostante gli impegni di famiglia, del lavoro, della casa non s’era mai sottratto alla collaborazione sociale. Era sempre pronto a dare una mano nel bisogno. Faceva parte dell’associazione degli Alpini, della Pro Loco e s’era pure iscritto alla Protezione Civile. Contento di mettere a disposizione le sue competenze professionali, con particolare attenzione agli emarginati, agli immigrati, ai più deboli.
Il Signore, compiaciuto e sorridente, continuava a chiedere: “E dopo?”
E dopo? Forse ho dimenticato – pensava - di dire che da piccolo, per tanti anni, ho fatto il chierichetto, puntuale ad ogni funzione, additato ad esempio e, da grande, ho collaborato volentieri con la Chiesa, con la parrocchia soprattutto nei lavori manuali. C’era bisogno di qualcosa? Io ero la. Mi prestavo a portare il baldacchino, la statua della Madonna, di San Martino. Davo una mano ai giovani per i campeggi, per i lavori che richiedevano maturità e competenza. Ero presente nell’organizzazione delle feste, dei pranzi sociali, delle raccolte…
E Lui: “E dopo?”
A questo punto Pippo si sentì un po’ infastidito e risentito. Gli sorse il dubbio che il Signore non fosse tanto interessato al suo racconto, però nello stesso tempo, non riusciva ad immaginare dove volesse parare con questa continua e martellante domanda.
La baldanza, l’orgoglio seguiti fin qui nel raccontare quello che aveva fatto, s’incrinarono. Diventato sospettoso e malfidente, prese il coraggio a quattro mani e si decise ad obiettare. “Tutto quello che ho raccontato finora, non è sufficiente? Cosa s’aspetta di più o di diverso?”
E Lui sempre sorridente – cosa che a Pippo procurò un po’ d’urticaria, poiché aveva l’impressione di non essere preso sul serio – rispose che quello che raccontava erano tutte cose lodevoli ed encomiabili, ma che qualsiasi uomo giudizioso e di buona volontà avrebbe saputo fare.
“Io, con il battesimo, ti ho scelto per un compito diverso, particolare, più elevato. Ti ho reso figlio prediletto. Ti ho chiamato a far parte di un gruppo, la Chiesa. Quello comunque, che è stato il dono più bello, ti ho invitato a costruire con me un rapporto speciale, intimo, esclusivo.
Forse a te è sfuggito tutto questo o non lo hai ben compreso.
Dov’eri quando ti aspettavo per un colloquio personale? Quante volte mi hai fatto aspettare invano! Diverse volte, preso dalle tue faccende, non hai sentito la mia voce. Come potevo suggerirti, proporti cose che mi albergavano nel cuore se pensavi ad altro? Hai mai passato qualche minuto, qualche ora, qualche giornata lontano da tutti e da tutto per stare solo con me?”
Pippo, colto di sorpresa, ma soprattutto in fallo, non sapendo come giustificarsi, tentò di giocare l’ultima carta che aveva a disposizione e sommessamente argomentò: “Non è forse scritto nel vangelo che l’impegno verso gli altri è l’impegno verso Dio? Amando gli altri si ama Dio?”
“Certo - rispose il Signore - ma Io sono Io, gli altri sono gli altri. Nel primo comandamento sta scritto: Amerai il Signore, Dio tutto con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e il prossimo tuo come te stesso. Vedi che c’è un “e”. Che cosa significa questo? Che la seconda frase è preceduta da una prima. Tu ti sei buttato a capo fitto nella seconda mettendo un po’ in ombra la prima. Ma senza la prima la seconda non regge, non sta in piedi!”
Pippo intuisce che le cose si stanno mettendo male facendosi serie, ingarbugliate, pericolose. La situazione è simile a quando un automobilista, convinto di avere con sé nel portafoglio la patente, viaggia sicuro e tranquillo, ma se all’improvviso fortuitamente, s’accorge di esserne sprovvisto, si sente perduto. Ad ogni angolo di strada ha un sobbalzo, un soffio al cuore, vede un poliziotto con la paletta alzata, anche se di questi neppure c’è l’ombra.
Il Signore, invece senza perturbarsi, prosegue.
“Vuoi che ti sveli un segreto? Quando non trovavi il tempo per partecipare agli incontri formativi, alle liturgie, ai ritiri o le celebrazioni ti sembravano lunghe, le prediche noiose, le preghiere ripetitive sai perché accadeva tutto questo? Perché, non mi sentivi vicino, non avvertivi la mia presenza. Non avevi niente da raccontarmi né ti interessava ascoltarmi, mentre io avrei avuto tante emozioni e cose da comunicarti, favori da chiederti. Questo è il vero motivo della tua insofferenza e di conseguenza, tutto ciò che ti circondava ti sembrava pesante, insopportabile, alieno!”
Pippo a questo punto avrebbe voluto scappare, essere lontano mille miglia, ritornare sulla terra per poter rimediare, ma oramai il tempo era scaduto.
Umile e pentito non gli restò che attende la sentenza che certamente sarebbe stata a lui sfavorevole.
Invece - in paradiso tutto è possibile - il Signore si alza e, porgendogli la mano, lo invita ad alzarsi pure lui ed a seguirlo mentre lo introduce nella compagnia degli altri beati.
Per pochi istanti Pippo provò una sensazione inenarrabile, dolorosa, di smarrimento, di rabbia, di ribellione, di sofferenza per non aver saputo distinguere, nella vita terrena, quello che era oro e quello che invece era semplicemente metallo colorato. Qualcuno l’aveva ingannato e lui s’era lasciato ingannare!
Questa sensazione di profonda delusione e di intensa sofferenza che dura un attimo, ma sembra eterna, è forse il purgatorio (?), l’inferno (?).
Ora Pippo, per la magnanimità del Signore, vive tra i beati.
don Renato
Giugno 2013